
C’è chi esita, protesta, minaccia pur di non farsi un vaccino. E c’è chi invece si ritrova con figli “ipervaccinati”. Per le famiglie con ragazzi adolescenti, quello dei troppi vaccini da fare in contemporanea – e se sia sicuro farli – è un grattacapo non da poco.
Il calendario vaccinale dei Lea (livelli essenziali di assistenza, a carico del servizio sanitario nazionale), infatti, prevede una serie di inoculazioni obbligatorie o fortemente consigliate nella fascia tra i 12 e i 16 anni: ci sono i richiami dell’anti-difterica, anti-poliomielite, anti-tetanica, anti-pertosse, l’anti-menigococcica tetravalente e anti-Hpv. Peccato che il momento delle “altre” iniezioni, giunga proprio nel culmine della campagna anti-Covid, in questa fase più che mai rivolta ai giovanissimi.
“Mia figlia deve fare il vaccino contro la meningite e quello per l’Hpv – spiega Alice Cenci, mamma di Viola, ragazzina 13enne che frequenterà la terza media – li abbiamo saltati lo scorso anno e la pediatra mi ha detto che questa è l’ultima occasione utile”. Ma quando la donna ha chiesto alla dottoressa se era sicuro procedere anche con la somministrazione del preparato anti-Covid, ha ricevuto solo un’indicazione aleatoria: “Meglio aspettare”. Ma quanto? La mamma brancola nel buio. E non è sola.
Nelle chat di classe di sua figlia, a pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, la questione è schizzata all’ordine del giorno. “Il medico mi ha imposto di scegliere, ho preferito far vaccinare mia figlia contro il coronavirus e di saltare l’Hpv, è una questione sociale”, scrive Paola, mamma di una compagna di classe di Viola. “A me il pediatra ha detto di non far fare il Covid a mio figlio, ma completare prima le altre e pensarci a primavera”, risponde un altro genitore. Intanto, nella futura terza media, già si avvisano le prime spaccature tra compagni “vax” e “no-vax”. “Senza risposte chiare sul da farsi si rischia di creare discriminazioni tra i ragazzi – continua Cenci – siamo tutti pro-vaccini, ma abbiamo la responsabilità sui nostri figli e abbiamo diritto a una risposta chiara e univoca”.
Non si tratta di dubbi da genitore iperprotettivo. “Non c’è ancora una indicazione, a livello nazionale, che tratta il tema della cosomministrazione di altri vaccini con quello anti-Covid”, conferma Roberto Ieraci, vaccinologo e consulente scientifico della Regione Lazio. Il regolamento vigente, infatti, prevede un intervallo di quattro settimane tra differenti sieri. Ma è stato scritto prima della pandemia, il vaccino contro il Covid nemmeno figura nella lista. “Senza indicazioni chiare, nessun medico, nemmeno nei centri vaccinali, si può prendere la responsabilità su come procedere – prosegue Iearci – sto lavorando con il Ministero della Salute proprio per far uscire una circolare in proposito”.
Per fare un confronto con l’estero, il Cdc (Center for disease control) di Atlanta si è già espresso, autorizzando la cosomministrazione, mentre il servizio sanitario britannico prevede un’attesa di 14 giorni tra una dose del vaccino anti-Covid e un altro. “Da esperto, trovo che 14 giorni sia un intervallo prudente e razionale”, continua il vaccinologo, preoccupato dalla situazione: “Tante famiglie stanno chiedendo risposte, è un problema reale”. Anche perché, sebbene il Ministero della Salute non abbia ancora pubblicato i dati del 2020 relativi alle altre campagne d’immunizzazione, Ieraci ha potuto osservare “un netto calo per quanto riguarda le somministrazioni di alcuni vaccini non obbligatori ma fortemente consigliati, come quello contro l’Hpv o la meningite”. “Sono fortemente favorevole alla vaccinazione nella fascia 12-16 anni – conclude il medico – anzi, spero che venga estesa anche ai bambini più piccoli, ma un vaccino non può e non deve escludere gli altri. È una questione di sanità pubblica”.
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